Alcune riflessioni sull’economia che governa l’agricoltura

Alcune riflessioni sull’economia che governa l’agricoltura

Il paradigma sul quale si basa l’agricoltura attuale è produrre al minor costo possibile, incrementando le rese ad ettaro e continuando a perseguire il ribasso senza fine dei prezzi dei prodotti agricoli rispetto ai beni prodotti dall’industria. Per un po’ ha funzionato. L’introduzione delle macchine agricole (insieme al petrolio) a prezzi bassi ha permesso di diminuire il numero di persone necessario per la coltivazione  dei terreni. La chimica poi, dopo la fine della I° guerra mondiale, con la conversione degli stabilimenti che producevano esplosivi in fabbriche di concime, ha permesso un incremento vertiginoso delle rese per ettaro grazie anche ai suoli ancora fertili e ricchi di humus perché ancora non sfruttati. Poi l’introduzione degli insetticidi e dei diserbanti ha contribuito ha aumentare le aspettative e l’illusione.

Oggi però i terreni depauperati richiedono sempre più grandi quantità di concimi. Molti insetticidi e diserbanti sono stati banditi perché tossici e perché i parassiti hanno sviluppato resistenze. L’introduzione degli OGM è stata un’altra strategia per portare avanti quest’obiettivo ma anche per controllare la produzione delle derrate alimentari.
Gli allevamenti intensivi dell’agro-industria hanno trasformato gli animali in macchine digerenti capaci di mettere su peso a costo però della salute degli animali stessi che quindi sono imbottiti di antibiotici e antiparassitari. Quindi le carni che mangiamo non sono più salutari ma possono creare problemi alla salute umana. E inoltre queste “fabbriche di carne” danneggiano l’ambiente.
Sull’Internazionale di questa settimana (8 novembre) c’è un lungo articolo che parla di allevamenti industriali di suini in Germania e che ha il merito di evidenziare preoccupanti problematiche sconosciute a molti:

  • lo sviluppo di linee di batteri resistenti agli antibiotici per l’uso intensivo che se ne fa negli allevamenti;
  • le sofferenze degli animali che vivono in quelle condizioni e del personale impiegato (straniero e mal pagato)  per lavorare in quegli stabilimenti.
  • l’inquinamento delle falde acquifere provocato dallo spargimento autorizzato (ma a volte anche illegale) dei liquami sui campi coltivati;
  • l’inquinamento dell’aria nelle aree in cui ci sono gli allevamenti intensivi di suini;
  • le proteste dei residenti che vedono il valore delle loro case e proprietà crollare se situate nelle vicinanze di questi  veri ecomostri.

Tutti questi fattori sono costi per la comunità non inclusi nel prezzo della carne che molti di noi comprano.
Per non parlare di frutta e verdura. Dove le operazioni culturali non permettono la meccanizzazione, come ad esempio per la raccolta di alcuni ortaggi, si cerca di delocalizzare le produzioni oppure si importa mano d’opera a basso costo che spesso viene gestita con modalità che sono ai limiti della legalità. Si delocalizzano, ad esempio, le produzioni di ortaggi e frutta nei paesi del Nord Africa. Multinazionali e governi stranieri acquistano terre fertili in America Latina e in Africa dove a seguito di deforestazioni selvagge hanno a disposizione suoli ricchi di humus per produrre granaglie e altri semi con un grave rovescio della medaglia: i contadini vengono espropriati e reimpiegati a salari per noi da fame. Ovviamente lì possono utilizzare pesticidi da noi proibiti perché tossici. Dopo qualche anno quei paesi resteranno però con terreni e falde distrutti e inquinati.
Probabilmente a qualcuno conviene perché poi le derrate viaggiano per il mondo protette da conservanti e antiparassitari e la cosa “bella” è che così troviamo tutto anche se non è stagione ma abbiamo messo in mano ad organismi privati e al mercato la nostra sicurezza alimentare.
L’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone cominciano a presentare qualche problema per il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare. L’Italia è gravemente deficitaria per il grano, i semi oleosi e i mangimi per animali. Sono in attivo l’America Latina e l’Australia.
La “sicurezza alimentare” fa riferimento soprattutto alla possibilità, tramite i commerci tra i paesi, di ottenere cibo sufficiente per la popolazione. A questo concetto fanno riferimento gli organismi sovranazionali e governativi. La “sovranità alimentare” presuppone che ogni popolazione sia in grado di produrre gli alimenti base per la propria sopravvivenza. A quest’idea fanno riferimento molte organizzazioni non governative. La spesa alimentare in Italia è mediamente pari al 18{db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} del bilancio famigliare. Nel nostro sviluppo economico si assiste ad un vertiginoso aumento della distanza tra il prodotto pagato all’agricoltore  rispetto al prezzo finale pagato dal consumatore. Nel mezzo hanno avuto modo di inserirsi e svilupparsi società di trading, trasporto, confezionamento e stoccaggio. In questo contesto è incisivo anche il ruolo dei mercati e delle borse che scommettono sui prezzi delle varie derrate alimentari speculando sulle previsioni dei raccolti.
È importante tornare al concetto di sovranità alimentare! Permetterebbe di ridurre la forbice tra il prezzo pagato all’agricoltore rispetto a quello che viene applicato al consumatore. Si avrebbero cibi freschi, locali, controllati e di qualità migliore. Si potrebbe assistere al rifiorire di una filiera alimentare locale con conseguenze positive anche per l’occupazione. Si potrebbe finalmente avvicinare la popolazione a una cultura agricola sana e complessa. Aumenterebbe l’interesse e la consapevolezza nei riguardi di un’alimentazione più sana per l’uomo e per l’ambiente in cui viviamo.
Consiglio un libro molto bello “Se Niente Importa” scritto da Jonathan Safran Foer, che parla delle cattiverie quotidiane perpretrate nei confronti degli animali negli allevamenti intensivi.

Anna

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