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come riutilizzare le bucce di patata

Ricche di potassio, le bucce di patata contengono vitamine del gruppo C e B, tiamina, riboflavina, niacina, calcio, magnesio, zinco e ferro; a ben vedere sono molto più nutrienti della patata stessa, col risultato che gettiamo nella pattumiera ciò che maggiormente fa bene.

Sicuramente possono essere riutilizzate come alimento in gustose fritture o scenografiche barchette ripiene ma il loro impiego può essere un toccasana anche per la nostra bellezza e addirittura per la pulizia della casa, vediamo come.

Sgonfiare gli occhi

È sufficiente lasciarle in freezer per circa 15 minuti e poi applicarle sugli occhi mettendo a contatto con la pelle la parte interna delle bucce: il freddo e i preziosi nutrienti presenti nelle bucce sono infatti degli ottimi drenanti che faranno risplendere lo sguardo e aiuteranno nella gestione delle inestetiche occhiaie.

Schiarire la pelle del viso.

Frullando le bucce di due patate medie, con un po’ di yogurt e qualche goccia di aceto di mele, otterrete un composto da applicare sul viso per 10-20 minuti. AL termine del trattamento, sciacquate con acqua tiepida e idratate con la vostra abituale crema. La pelle sarà luminosa e le eventuali macchie risulteranno molto schiarite. Il bello di questo trattamento è che può essere ripetuto tutte le volte che si desidera.

Rinforzare e coprire capelli bianchi

Ma come .. applicare le bucce di patata sul viso aiuta a schiarisce la pelle ed invece sui capelli si ottiene l’effetto contrario? Ebbene si, perché le sostanze contenute nelle bucce di patata attivano un enzima presente nei capelli che ne determina il graduale scurimento. È sufficiente filtrare l’acqua in cui si sono cotte le bucce per circa 30 minuti a fuoco basso e poi, una volta tiepida, impiegarla per effettuare l’ultimo risciacquo dopo lo shampoo. Un rimedio antichissimo antispreco e assolutamente ecologico che oltre a scurire i capelli, li rinforza e li tonifica.

Sgrassare e pulire le superfici in modo ecologico

Di nuovo, l’acqua in cui si sono cotte le patate, inserita in uno spruzzino, è un efficace sgrassatore con un unico difetto: ha una scadenza veramente molto breve. Nel caso di pentole molto unte o addirittura bruciate, si possono utilizzare direttamente le bucce di patate sminuzzate e mescolate a del sale grosso (ovviamente i piani cottura in acciaio o le superfici che possono graffiarsi sono assolutamente vietati): l’unto e lo sporco verranno via con un po’ di olio di gomito e movimenti circolari.

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COME RIUTILIZZARE LE FOGLIE DEL CARCIOFO

Spesso gettiamo nella pattumiera ingredienti che potrebbero essere utilizzati e valorizzati a tutto beneficio della nostra salute.

È il caso delle foglie esterne del carciofo: siamo abituati a sfogliarlo per mangiarne solo il cuore, col risultato che spesso una parte consistente della nostra spesa non viene utilizzata.

Oggi vogliamo consigliarvi un modo molto semplice per valorizzare la parte meno pregiata del carciofo, realizzando un’ottima tisana con proprietà dimagranti, digestive e depurative per il fegato, contenendo non solo il livello del colesterolo c.d. “cattivo” ma anche i picchi glicemici nel sangue.

Ingredienti

  • 40 gr di foglie esterne di carciofo biologico
  • 250 ml di acqua
  • 1 cucchiaino di miele
  • Zenzero fresco, succo di limone, semi di finocchio secondo gusti.

Portate a bollore l’acqua, versate le foglie di carciofo lavate e lasciate cuocere per 15 minuti. Trascorso questo tempo, lasciate in infusione le foglie per altri 5/10 minuti, quindi filtrate la tisana e dolcificatela con un cucchiaino di miele.

Se volete intensificare le proprietà di questa tisana, potete aggiungere secondo i vostri gusti:

  • del succo di limone per regolarizzare il transito intestinale e contenete la ritenzione idrica;
  • dello zenzero fresco per esaltare ancora di più le proprietà antiossidanti, digestive e brucia-grassi del carciofo;
  • dei semi di finocchio, per favorire digestione e contrastare il gonfiore addominale.

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Come scegliere e pulire la trippa: la Regina del Quinto Quarto

Trippa, coda, lingua, fegato, cuore… il quinto quarto è alla base della cucina romana, piatti tradizionali, c.d. poveri perché costavano poco per distinguerli dalle parti nobili dell’animale, divise appunto in quarti.

Per tanto tempo, queste parti dell’animale sono state relegate ad un utilizzo familiare: chi non ha genitori o nonni appassionati di coda alla vaccinara o trippa alla romana? Ultimamente invece grandi chef  e cuochi rinomati hanno dato il giusto risalto alle frattaglie, elaborando e rielaborando piatti tradizionali in veri e propri capolavori culinari.

Ma chi di noi sa veramente come scegliere, pulire e trattare il quinto quarto?

Inauguriamo oggi un piccolo vademecum per tutti coloro che hanno la curiosità di voler cucinare e assaggiare i pilastri della nostra cucina locale, iniziando appunto dalla trippa.

UNA BREVE INTRODUZIONE

La trippa è una selezione dello stomaco dei bovini, che si distingue in quattro cavità distinte:

  • il rumine è la parte più spessa e più grassa della trippa, rappresenta circa l’ottanta per cento di tutto lo stomaco bovino.
  • il reticolo, facilmente riconoscibile per la caratteristica forma a cuffia, ha un aspetto spugnoso;
  • l’omaso è la parte più magra della trippa ed ha una caratteristica struttura lamellare che ricorda un libro aperto.
  • l’abomaso è la cavità più vicina all’intestino, ovvero la parte più scura della trippa di colore marrone e piuttosto grassa che assomiglia a dei nastri arricciati insieme.
  • il duodeno, collega lo stomaco all’intestino ed è un taglio tradizionale della trippa di Moncalieri

Ogni ricetta regionale predilige una o più parti delle quattro cavità digerenti del bovino, per esempio per la trippa alla romana è importante che sia presente una selezione di rumine, reticolo, omaso e abomaso.

COME SCEGLIERE E PULIRE LA TRIPPA

Ovviamente, è importante che la trippa provenga da animali allevati al pascolo che hanno mangiato erba e fieno e il cui stomaco abbia quindi “lavorato” secondo natura, preferibilmente con certificazione biologica.

Solitamente, la trippa è disponibile in queste tre modalità.

Trippa al naturale

Il colore si presenta grigio verdastro e richiede diversi passaggi per effettuarne la pulitura. Prima di tutto, la trippa dovrà essere incisa con un coltello e svuotata del grasso indesiderato e dei residui eventualmente presenti. Dovrà essere strofinata con il sale grosso e con uno spazzolino per la rimozione delle impurità, per poi essere sciacquata diverse volte prima di metterla in ammollo con dell’aceto per almeno due ore.  Questo tipo di trippa è difficilmente reperibile per ovvi motivi di sicurezza alimentare, normalmente in commercio si trovano la trippa già pulita oppure la trippa sbiancata.

Trippa Pulita

In questo caso tutti i passaggi precedenti sono stati effettuati dal macellaio; l’interno dello stomaco si presenta già eviscerato e sottoposto a diversi lavaggi e ad una prima e veloce pre lessatura. Il colore in questo caso è tendente al grigio e una volta a casa, saranno necessari diversi accurati risciacqui e un ammollo anche breve con acqua e aceto per eliminare il forte odore.

Trippa sbiancata

È quella che si trova comunemente nei supermercati: il colore è bianco candido e dipende dai risciacqui effettuati spesso con una soluzione al cloro. È la tipologia di trippa che necessita di minori tempi di cottura una volta a casa ma è sempre bene anche in questo caso tenerla in ammollo con frequenti risciacqui per eliminare il forte odore e sapore del disinfettante.

QUANTA TRIPPA CUCINARE?

Ovviamente molto dipende dalle abitudini, golosità e voracità di ciascuno ma è bene sapere che la trippa tende a ridursi notevolmente in cottura e quindi se si decide di portarla in tavola il peso minimo da acquistare per 4 persone è circa 800 grammi.

…e se voleste un’idea di come cucinarla cliccate qui.

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Un articolo de Il Foglio si Scaglia Contro gli Alimenti Bio e Noi Rispondiamo

Un articolo del Foglio si scaglia contro gli alimenti biologici. Vi propongo l’articolo e la mia risposta alle istanze proposte nel pezzo.

Il cibo biologico non aiuta il mondo (il Foglio del 22 agosto 2016)

Lomborg smentisce i benefici per la salute del mangiare bio:

«Il cibo nei nostri supermercati sta cambiando. Le maggiori corporazioni dell’ alimentare stanno investendo sempre di più in prodotti biologici. (…) Il cibo biologico è divenuto il prodotto dalla crescita più rapida nel settore alimentare degli Stati Uniti.

Così scriveva ieri su Usa Today l’economista e “ambientalista scettico” Bjørn Lomborg. “Comprare prodotti biologici ci dà l’impressione di stare aiutando noi stessi e il pianeta. La verità però è diversa: non ci sono benefici per la salute derivanti dal cibo biologico. E, molto probabilmente, è peggio per l’ ambiente”. Per sfatare il mito della cosiddetta “aureola salutista”, Lomborg fa riferimento a dati inequivocabili.

Nel 2012 il Center for Health Policy dell’ Università di Stanford ha prodotto la comparazione più ampia degli ultimi quattro decenni tra cibi normali e biologici. Si aspettavano di scoprire che i cibi biologici fossero superiori da un punto di vista nutrizionale. I risultati hanno rivelato una realtà diversa: ‘Nonostante la diffusa percezione che il cibo biologico sia migliore delle alternative tradizionali, non abbiamo trovato evidenza sufficiente a suffragare questa idea'”. Non solo. Nel suo lungo articolo Lomborg dimostra come sia fallace sostenere che i prodotti biologici facciano bene all’ ambiente. Sebbene riconosca che, a parità di superficie, “le coltivazioni biologiche richiedano (…) meno energia, creino meno gas serra e azoto”, ricorda che per ottenere lo stesso prodotto necessitino di molto più spazio. “Un importante studio europeo ha scoperto che produrre latte biologicamente richiede il 59 per cento in più di spazio. Per produrre carne, ne serve l’ 82 per cento in più e per le coltivazioni ne serve oltre il 200 per cento in più. (…)

Se la produzione agricola degli Stati Uniti fosse interamente biologica, significherebbe che una superficie più estesa della California andrebbe convertita in terreno agricolo. Per di più i cibi biologici sono anche responsabili di vari effetti nocivi sull’ ambiente: circa il 10 per cento in più di diossido di azoto, ammoniaca, agenti acidi, e quasi il 50 per cento in più di azoto rilasciati nell’ atmosfera”. Lomborg sfata anche il mito dell’assenza di pesticidi nelle coltivazioni biologiche, visto che fanno uso di: “solfato di rame, che l’ università di Cornell definisce essere ‘altamente tossico per i pesci’, o piretrina, che è ‘estremamente tossica per i pesci’ e ‘altamente tossica per le api'”. I pesticidi chimici, spiega Lomborg, “negli Stati Uniti d’ America potrebbero causare circa venti morti aggiuntive per cancro ogni anno”.

Rendere biologica tutta l’agricoltura statunitense avrebbe anche altre conseguenze: “200 miliardi di dollari aggiuntivi all’anno di costi. Alcuni studi hanno dimostrato che quando un paese si impoverisce di 15 milioni di dollari, questo provoca statisticamente una morte in più: il costo di convertirsi interamente alle coltivazioni biologiche ucciderebbe 13.000 persone all’ anno. Al di fuori degli Stati Uniti, le coltivazioni biologiche danneggerebbero le persone più povere della Terra, che hanno bisogno di cibo a buon mercato, cioè prodotto in maniera più efficiente”.

Lomborg conclude lapidario: “Il cibo biologico non è meglio per la salute, è peggiore per il benessere del pianeta e terribile per i più poveri al mondo. Essenzialmente lo consumano le persone più ricche del mondo, che spendono soldi sostenendo pratiche agricole meno efficienti, per sentirsi meglio con se stessi. Una etichetta di cibo biologico dovrebbe provocare del sano scetticismo.»

Questo articolo vuole rappresentare un futuro catastrofico, qualora l’agricoltura mondiale virasse al biologico.

Esiste una politica alimentare che, come qualsiasi altra politica, mette in questione la nostra libertà. Ancora (ogni tanto) ci ricordiamo che non siamo liberi se le nostre menti e parole sono controllate da qualcun altro. Ma abbiamo omesso di capire che non possiamo essere liberi se il nostro cibo e le sue risorse sono controllate da qualcun altro.

La condizione del consumatore passivo di alimenti non è una condizione democratica. Una delle ragioni per mangiare responsabilmente è di vivere liberi.

Mangiamo velocemente e anche distrattamente. Siamo sicuri che le fasce più deboli della popolazione traggono vantaggi dal mangiare il migliardesimo hamburger in qualche fast food?

Nell’articolo si afferma che il cibo biologico non è di qualità superiore rispetto a quello prodotto con metodi convenzionali. A volte può anche essere. Ma è finita l’epoca in cui biologico è sinonimo di prodotti piccoli e scadenti.

Pensiamo solo al problema delle resistenza agli antibiotici dovuto all’uso sconsiderato negli allevamenti ma anche a quello delle resistenze ai farmaci per la cura delle infezioni fungine dovuto all’utilizzo continuo sulle coltivazione di anticrittogamici.

Nell’articolo si afferma anche che negli allevamenti bio si assiste a un aumento dei parassiti negli animali.

In un sistema agro-ecologico sano (come quello della nostra azienda) gli animali godono di ampi spazi per pascolare correttamente i terreni e non abbiamo notato alcun incremento dei parassiti, né esterni né interni.

Un ambiente sano, areato, pulito, una lettiera permanente e controlli regolari ci hanno permesso di eliminare quasi del tutto i parassiti esterni . Spesso abbiamo notato che gli animali al pascolo convivono con colonie di aironi che li tengono perfettamente liberi da pulci e altri insetti.

Per quanto riguarda i parassiti interni l’erba, il movimento, i fieni di qualità a fibra lunga mantengono attivi e in buona salute gli stomaci dei bovini e anche in moderata presenza di parassiti non riscontriamo riduzioni nella crescita. Quando chiudiamo gli animali in stalla dopo lo svezzamento diamo loro prodotti vegetali invece della inquinanti Ivermectina. Inoltre con un alimentazione adatta ai bovini e uno scarso utilizzo di cereali non abbiamo bisogno di protocolli antibiotici per far continuare a crescere bovini con il rumine malato.

Il New York Times dedica un articolo alla pratica del sovescio, una delle tecniche agricole virtuose dell’agricoltura biologica (Cover Crops, a Farming Revolution With Deep Roots in the Past di  Stephanie Strom feb. 6, 2016).In Indiana e in Illinois alcuni grossi agricoltori si sono accorti del degrado che stavano subendo i loro terreni  in seguito alle monoculture e alle pratiche agricole dell’agroindustria. Hanno provato a seminare direttamente dopo il raccolto un sovescio ricco di specie diverse.

Già dal primo anno hanno potuto vedere miglioramenti nel terreno e nelle rese. Con il tempo si sono accorti che il loro granoturco resisteva meglio alla siccità e che risparmiavano sui concimi. Ditte sementiere si sono messe a produrre miscugli per i sovesci e ora il dipartimento dell’agricoltura americano, università e fondazioni private hanno fatto partire ricerche su questo metodo “antico”.

Le affermazioni presenti in questo articolo riguardo alle rese mi sembrano abbastanza pretestuose. Gli agricoltori che producono utilizzando tecniche agro-ecologiche oppure biodinamiche hanno rendimenti piuttosto interessanti.

Negli anni l’utilizzo di pratiche virtuose sta lentamente riformando lo strato di humus nei terreni che ritornano ad essere fertili. Non possiamo dire di avere produzioni enormi ma sicuramente assai più soddisfacente rispetto ai tempi iniziali.

Si consumano meno concimi, meno sostanze chimiche, meno medicinali. Non si inquina e non ci sono costi a carico della comunità.

E’ stato calcolato che oggi sprechiamo il 40% del cibo prodotto ,dal campo al consumatore. Forse se lavorassimo su questo problema non avremmo bisogno di coltivare più terre e potremmo anche ridurre le emissioni di CO2 necessarie per lo smaltimento dei rifiuti che derivano dalle derrate alimentari che si buttano.

Utilizzando buone pratiche di agricoltura biologica, biodinamica o agro-ecologica si potrebbero utilizzare scarse quantità di sostanze chimiche dannose per l’uomo e per gli animali.

Molte sostanze chimiche utilizzate nel passato sono state messe al bando perché tossiche. Si ammette che circa un 20% dei tumori è dovuto ai residui chimici nei cibi. Si afferma che il costo negli Usa per trasformare l’agricoltura del paese in biologica potrebbe arrivare a 200 bilioni di dollari e che questi soldi potrebbero essere spesi in pensioni, ospedali e scuole, infrastrutture e cure mediche.

Quindi peccato per il 20% che continuerà ad ammalarsi!

Lo spreco del cibo è in realtà una vera tassa ambientale. Produrre cibo che nessuno mangia, siano salsicce, fritelle o salubri ortaggi, significa dilapidare acqua, concimi, pesticidi, semi, carburante e terra necessaria alla produzione. E le quantità sono importanti. In un pianeta con risorse limitate e che si trova di fronte alla possibilità di raggiungere i 20 miliardi di abitanti entro il 2050 è una forma di irresponsabilità spericolata . Nel suo libro” Sprechi: svelare lo scandalo globale del cibo inutilizzato” Tristam Stuart definisce questo sistema osceno.

Sono disperatamente necessari sistemi agricoli che siano altamente produttivi e che minimizzino l’impatto sull’ambiente.

Durante gli ultimi 10 anni si è molto dibattuto su come l’agricoltura biologica possa contribuire alla produzione di cibo in un mondo con una popolazione in crescita . In uno studio pubblicato sulla Royal Society Publishing: “Diversification practices reduce organic to conventional yeld gap“, di Lauren C. Ponisio, Leithen K. M’Gonigle, Kevi C. Mace, Jenny Palomino, Perry de Valpine, Claire Kremen, si è cercato di comprendere meglio il problema alla luce di una ricerca fatta con una gran quantità di dati  raccolti su larga scala nell’ultima decade. È stato provato che le rese del biologico sono solo del 19,2% inferiori a quelle dell’agricoltura convenzionale. Una percentuale assai inferiore rispetto a quella dei dati precedenti. Le pratiche che introducono la biodiversità nella gestione agricola, come le rotazioni colturali e le coltivazioni promiscue, riducono le differenze produttive ulteriormente: rispettivamente 9% e 8%.

Questi risultati promettenti si basano su una robusta analisi di una grande quantità di dati su larga scala e suggeriscono che servono investimenti appropriati e ragionati nell’agro-ecologia per migliorare la gestione e i risultati dell’agricoltura biologica. Mettere a punto dei metodi agro-ecologi nelle aziende agricole potrebbe contribuire a ridurre completamente il gap esistente fra i due sistemi.

Se si cominciasse a lavorare in questo senso nelle università, con l’aiuto di fondi statali per finanziare la ricerca, si potrebbero a breve raggiungere risultati strabilianti. Il processo di ripristino della fertilità dei suoli sarà graduale ma ricco di benefici. Quindi esistono anche dati scientifici nettamente a favore dello sviluppo di un sistema agro-ecologico evoluto.

Pensiamo ai soldi che vengono spesi per sistemare i danni ambientali provocati dall’erosioni, dall’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere, dalla perdita di biodiversità: le zone senza vita degli oceani, l’eutrophizzazione, gli effetti dei pesticidi sugli uomini e sulla fauna selvatica, l’emissione di gas serra e i danni idrogeologici.

Il sistema agricolo convenzionale, così produttivo (ma lo è veramente?) causa infatti problemi ambientali che producono costi che ricadono sulla comunità.

L’attuale sistema produttivo produce surplus di cibo su scala globale ma un miliardo di persone soffre ancora la fame.

Per mantenere la capacità del nostro pianeta di produrre cibo  è imperativo che si adottino il prima possibile pratiche culturali sostenibili e capaci di recuperare la fertilità dei terreni.

Per ottenere una vera sostenibilità ambientale dovremo coltivare i cibi in maniera tale da proteggere, usare e rigenerare i mezzi dell’ecosistema.

Le ricerca che abbiamo citato è importante perchè proprio grazie alla verifica dei dati produttivi che mostrano differenze sempre minori si potrà avere un interesse a incentivare una vera agro-ecologia.

L’agro-ecologia, l’ecologia intensiva, la biodinamica, la permacultura, la diversificazione delle colture e i sistemi per rigenerare i terreni usano tecniche che specificatamente incoraggiano le interazioni ecologiche che generano la fertilità dei suoli, il riciclo dei nutrienti e la loro ritenzione nel terreno, la conservazione delle risorse idriche, il controllo degli insetti e dei patogeni, l’impollinazione naturale.

Il sistema più praticato oggi è l’agricoltura biologica in alternativa a quella convenzionale. Ma c’è però da dire che l’agricoltura biologica oggi purtroppo non segue tutte le pratiche di un’agricoltura sostenibile che abbiamo elencato come la biodinamica e l’agro-ecologia . In ogni caso, sulla sostenibilità performa meglio di quella convenzionale.

Anna Federici

Azienda Agricola Boccea

 

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Come Cucinare la Carne nella Lavastoviglie

Lisa Casali è una blogger italiana che ha scritto un libro interessante, Cucina a Impatto (quasi) Zero, in cui raccoglie circa 80 ricette rigorosamente a basso impatto ambientale.

Lisa ci racconta di essersi stancata di acquistare passivamente, e di voler saperne di più sui prodotti che portava a casa. Ma soprattutto non ne poteva più degli imballaggi inutili e di buttare via così tanto cibo. Tutte quelle parti che i libri di cucina dicono di scartare sono davvero da buttare via o sono solo più difficili da preparare?

Sperimentando, girando e confrontandosi con esperti di nutrizione, chef e amici, ha scoperto che non solo queste parti sono commestibili, ma che in molti casi non hanno nulla da invidiare alle parti “nobili”. Ha deciso quindi di dedicare tutte le sue energie e conoscenze per mettere a punto tecniche e creare ricette per utilizzare tutto quello che gli altri vi dicono di buttare via ed è così che è nato il blog Ecocucina; non solo normali avanzi, ma scarti veri e propri, soprattutto vegetali, come foglie esterne di carciofo, gambi di asparagi, bucce, torsoli, baccelli, ecc.

Il libro è il frutto di una ricerca che è partita dal basso, ovvero dagli scarti e poi con il tempo si è allargata fino a ricomprendere tutti gli impatti ambientali del nostro rapporto con il cibo. Quindi si occupa della ricerca delle materie prime a minor impatto ambientale, delle tecniche di cottura che permettono di ridurre i consumi di acqua ed energia, e infine delle tecniche di autoproduzione domestica per essere sempre più autosufficienti in cucina e mangiare in modo più sano ed ecologico.

Vi proponiamo una sua ricetta” scandalosa”: la carne cotta nella lavastoviglie. Avete letto bene! Concentratevi nella lettura con attenzione e poi proviamo…

COSA VI SERVE

Strumenti:

  • Un sacchetto per la cottura sottovuoto e la macchina sottovuoto

Ingredienti:

  • 500g di filetto o lombata o scamone o fesa o noce o magatello
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 rametto di rosmarino
  • olio extravergine
  • sale e pepe

agricola-boccea-agricoltura- bio lisa casali cucinare carne lavastoviglieCOME SI PREPARA

  1.  Sbucciate l’aglio e strofinateci la carne, spennellatela con un filo d’olio e salate leggermente
  2. mettete carne, aglio e rosmarino nel sacchetto e mettete sottovuoto
  3. disponete in lavastoviglie in mezzo ai piatti sporchi sfruttando angoli e spazi liberi
  4. inserite il detersivo e avviate il lavaggio ECO (50-55° per 3 ore)
  5. al termine del lavaggio, se non gustate subito il vostro piatto, riponete in frigorifero
  6. per gustare togliete la carne dal sacchetto e fate caramellizzare la superficie per pochi istanti su una piastra rovente leggermente unta. Quando sarà dorata su tutta la superficie affettate e servite.
  7. Per servire potete anche raccogliere il liquido di cottura che si sarà raccolto nel sacchetto e farlo ridurre a fuoco medio, per renderlo più denso potete unire una punta di maizena e mescolare. Servite come salsa di accompagnamento al vostro tenerissimo secondo.

    agricola-boccea-agricoltura-3-bio lisa casali cucinare carne lavastoviglie

ISTRUZIONI PER L’USO

Qui trovate alcuni esempi di applicazione di questa tecnica con carni rosse e lavaggio ECO:

1)   Roast Beef – seguite la ricetta qui sopra e completate servendo le fettine di roast beef con un olio extravergine bio in cui avrete messo in infusione aglio ed erbe aromatiche. Cuocete in lavastoviglie in anticipo e gustate entro 4-5 giorni.

2)   Vitello tonnato – dopo aver cotto il magatello con il lavaggio ECO disponete in frigorifero. Al momento di gustare, entro 4-5 giorni, preparate la salsa tonnata frullando tonno in scatola (certificato MSC), capperi, alici, olio, aceto di vino, sale e pepe. Aprite il sacchetto, affettate la carne e servite con la salsa tonnata.

3)   Arrosto con salsa al vino rosso –aprite il sacchetto dove avete cotto la carne, rigenerate la carne sulla piastra e tenete in caldo. Nel frattempo fate ridurre il liquido di cottura con mezzo bicchiere di vino rosso e un cucchiaino di maizena. Affettate la carne e nappate con la salsa al vino rosso.

Compiti della settimana: acquistate carne di qualità e sperimentate questa tecnica questa sera quando avviate la lavastoviglie. Non abbiate paura e provate subito, la vostra lavastoviglie vi preparerà un ottima cena! Ci rivediamo giovedi prossimo per un altro esperimento di EcocucinaLab.

Fonte: Ecocucina di Lisa Casali

Anna

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Come Faremo a Nutrire il Pianeta?

“Per mio padre che sa come spolpare la coscia di un pollo come nessun altro. Per mia madre che ha riutilizzato la bustina del te fino alla consunzione… Per l’esercito di persone, sempre più numeroso, che ama il cibo e che è sempre più motivato a combattere gli sprechi.”

Questa è la dedica che compare nel libro dell’attivista scienziata, agricoltore e cuoca Dana GandersWaste free kitchen handbook“( Il manuale della cucina senza sprechi).

Lo spreco del cibo è legato e va di pari passo con l’industrializzazione delle campagne e con i processi della sua lavorazione e distribuzione. Pur disponendo di tecnologie avanzatissime, mai viste nella storia dell’umanità ,per la conservazione degli alimenti, ne sprechiamo,mandiamo al macero e ne lasciamo decomporre quantità gigantesche.

L’agricoltura moderna si è concentrata sull’efficienza produttiva ma ha perso di vista il rapporto con il consumatore. Il prodotto agricolo viene venduto ai commercianti e alla grande industria e poi lavorato e portato al consumatore tramite la grande distribuzione. È confezionato secondo standard che vengono da studi di settore con lo scopo di far comprare più merce. Questo sistema produce sprechi durante ogni passaggio della filiera.

Ricordo che da bambina con i miei fratelli non potevamo alzarci da tavola se non avevamo finito quello che c’era nel piatto. Era noioso e a volte odioso ma almeno si imparava a essere consapevoli di quello che eravamo in grado di mangiare. Gli avanzi poi si cucinavano. Non venivano presi dal frigo e mangiati ma subivano un processo in cui erano nuovamente cotti e elaborati con l’aggiunta di altri sapori. La ricottura dei cibi ne garantisce la sanificazione in quanto interrompe i processi degenerativi che iniziano quando un alimento viene a contatto con l’aria. E quindi se avanzava il lesso o il pollo si facevano le crocchette di carne fritte oppure delle polpettine saporite al sugo di pomodoro con la carne mescolata al pane vecchio ammollato. Se avanzava la parmigiana si faceva saltare in padella e ci si condiva una pasta fantastica oppure con il risotto si preparava un ottimo riso al salto. E poi budini e creme caramel se avanzavano le uova e frittate con ogni tipo di verdura che si trovava in frigo, minestre e minestroni a go-go con paste frantumate di tipi diversi e cosi via.

Dana Ganders ha iniziato come scienziato facendo ricerche su come ridurre i consumi di acqua e fertilizzanti nelle campagne. Si è però resa conto che nonostante tutti gli sforzi che fanno gli agricoltori gran parte del prodotto raccolto veniva buttato. E il consumatore finale è il maggior responsabile del cibo sprecato ancor più dei supermercati, dei ristoranti. Pensate allo spreco anche i termini di soldi. Dana ha calcolato che la perdita equivale a centoventi dollari per famiglia.

Non è sempre stato così. Si spreca circa il 50{db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} di cibo in più rispetto agli anni settanta. In occidente siamo più spreconi che nel Sud Est asiatico. Non si capisce poi perchè oggi le porzioni che troviamo nei fast food, nei bar e in molti ristoranti sono più grandi rispetto sempre agli anni settanta. Si mangia di più e si getta di più. E poi la mancanza di tempo unita alle sollecitazioni della pubblicità e delle modalità di vendita fa il resto: camminiamo in un supermercato e ci viene voglia di tutto. Compriamo e mettiamo alla meglio i nostri acquisti in frigo. Una sera usciamo. Una sera siamo troppo stanchi e non ci va più di cucinare quegli spinaci teneri e verdi. E dopo due giorni li vediamo gialli e mosci e allora li troviamo inquietanti e li buttiamo.

La maggior parte delle persone non sa più come conservare e riutilizzare i cibi. Molti pensano: “buttiamo il cibo e allora? Ce lo possiamo permettere!” Purtroppo non è così. Non abbiamola percezione di quello che è stato consumato per produrlo in termini di acqua,terra,lavoro umano,energia e sostanze inquinanti come i concimi chimici e i pesticidi. L’argomento dello spreco delle risorse necessarie a produrre ciò che mangiamo è serissimo. Sta nascendo un vero e proprio movimento contro gli sprechi che opera in tutto il mondo per convincere i governi a introdurre leggi che limitino gli sperperi e dirigano gli alimenti non consumati verso un impiego (enti caritatevoli oppure impianti per produrre energia).
agricola-boccea-agricoltura-bio-sprechi-alimentari-ridurre-sprechi-3Tristam Stuart, un affascinate blogger inglese, è uno dei leader di questo movimento e organizza manifestazioni popolari e impegnate come preparare pranzi per tante, tante persone solo con avanzi. A New York ha organizzato un evento con alimenti non venduti ma neppure donati. Insomma l’idea era quella di utilizzare solo gli scarti. In un ‘azienda del New Jersey ha recuperato circa 30 kg di zucche troppo brutte perchè potessero essere vendute. Poi si è fermato al mercato contadino di Union Square e ha spiato uno chef che avvolgeva del pesce in quadrati di pasta brioche e gli ha chiesto i ritagli ma lo chef gli ha risposto che li avrebbe utilizzati. Percorrendo il mercato è riuscito comunque a trovare mele e foglie di barbabietole. Ha dovuto pianificare il menù, trovare la materia prima e poi accogliere gli ospiti in una città che non era la sua. Tutto questo complicato dalla regola spiazzante che gli ingredienti dovevano provenire da aziende,e venditori che volevano scartarli . Diciotto ore dopo alcuni cuochi esperti sul recupero degli avanzi e altri attivisti hanno preparato un tempura con la zucca ,ravioli di rapa e e tofu e tagliatelle fatte con delle zucchine deformi. Stuart in realtà non cucina molto ma è uno dei più affascinanti personaggi internazionali impegnati contro gli sprechi alimentarie e National Geographic Magazine gli ha dedicato un servizio molto interessante.

Nel passato gli sprechi erano osteggiati in tutte le culture. Buttare il cibo era un’azione immorale. Oggi circa ottocento milioni di persone soffrono la fame. Secondo la FAO, sprechiamo circa 800 bilioni di kg di alimenti ogni anno nel mondo,circa un terzo della produzione totale. Nei paesi in via di sviluppo buona parte del raccolto si deteriora per mancanza di strutture adeguate, mentre nelle nazioni più sviluppate gran parte degli sprechi riguarda la rete commerciale. I venditori ordinano,servono e mettono in mostra troppa merce e i consumatori tendono a ignorare completamente le rimanenze nel fondo del loro frigorifero e buttano molte cose addirittura prima della scadenza.
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Lo spreco del cibo è in realtà una vera tassa ambientale. Produrre cibo che nessuno mangia siano salsicce, fritelle o salubri ortaggi significa dilapidare acqua, concimi, pesticidi, semi,carburante e terra necessari a alla produzione. E le quantità sono importanti. Globalmente, il cibo sprecato utilizza così tanta acqua come l’intero flusso d’acqua del fiume Volga. Se il cibo buttato fosse una nazione sarebbe il terzo paese per la produzione di gas serra dopo la Cina e gli Stati Uniti. In un pianeta con risorse limitate e che si trova di fronte alla possibilità di raggiungere i 20 miliardi di abitanti entro il 2050 è una forma di irresponsabilità spericolata . Nel suo libro” Sprechi: svelare lo scandalo globale del cibo inutilizzato”Stuart definisce questo sistema osceno

Ridurre lo spreco delle risorse alimentari è diventata una materia di urgenza internazionale. In alcune scuole americane, dove i bambini buttano almeno il 40{db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} del loro pranzo nella spazzatura, si stanno organizzando tavoli dove si può condividere e si lascia che gli alunni si servano da soli le porzioni che vogliono mangiare. Si lascia loro più tempo per consumare il pasto e se c’è molto spreco riorganizzano l’offerta cambiando le quantità.

Molte aziende come negozi alimentari,ristoranti e bar stanno prendendo provvedimenti per combattere gli sprechi. Cercano di quantificare quanto cibo commestibile non è stato consumato, provano a ottimizzare i loro acquisti , riducono le porzioni e si impegnano a portare l’eccesso a organismi caritatevoli. Stuart stesso si è specializzato nell’investigare a monte della catena di distribuzione,dove gli standard delle ordinazioni dei supermercati portano a enormi perdite di cibo spesso nascoste.

Cinquanta miglia a nord di Lima in Perù, nella città rurale di Huaral, Stuart sorseggiando un bicchiere di mandarino appena spremuto ha intervistato Luis Garibaldi la cui azienda è la più grande produttrice di mandarini del paese. Stuart gli chiede quanto esporta e quanto viene rimandato indietro e per quale ragione. Cosa succede agli scarti? Garibaldi risponde che il 70 {db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} del suo raccolto è esportato negli Stati uniti e in Europa. Ma il 30{db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} della sua produzione non raggiunge la misura o il colore o la dolcezza richiesti oppure ha dei difetti come cicatrici, graffi, bruciature dal sole o funghi o ragni. Solo una parte di questo 30{db4952b922c89c84a11c12771c340231974b29b1a546ab41269169aff40af8ea} viene assorbito dal mercato locale ad un terzo del prezzo di quello esportato.

Gli standard di qualità sono stati adottati tempo fa per consentire ai produttori e ai compratori di utilizzare un linguaggio comune per stabilire il prezzo e risolvere le dispute. Potrebbero anche aiutare a ridurre gli sprechi. Se produttori potessero selezionare i loro asparagi o mandaranci secondo una graduatoria prestabilita potrebbero avere più occasioni per trovare un mercato adatto alla seconda scelta. La grande distribuzione è sempre stata libera di imporre i suoi standard certamente, ma negli ultimi anni hanno aumentato le esigenze e stanno gestendo i loro dipartimenti di produzioni come fossero un concorso di bellezza. Dicono che così vanno incontro al consumatore il quale si aspetta solo il prodotto ideale tipo una mela rotonda e rossa o un asparago dritto e con le gemme chiuse e solo verde brillante.

La grande distribuzione, nella persona di Rick Stein, risponde dicendo che si tratta non solo di aspetto ma anche di qualità. Solo i prodotti più belli catturano l’attenzione e il portafoglio del consumatore. Alcuni prodotti che non sono adatti alla vendita possono essere donati o tagliati a pezzi e quindi utilizzati dalla distribuzione per preparare pasti o insalate. Ma nella maggior parte dei super mercati ciò non succede. Stuart è favorevole alle recenti campagne promosse da alcuni supermercati americani ed Europei che vendono i “brutti” con lo sconto. Preferirebbe però che gli standard fossero allentati osservando il mare di agrumi peruviani abbandonati sui campi per i quali non esiste un mercato secondario.

 

Per concludere cosa possiamo fare?

• Comprare nei negozi che scontano i prodotti “brutti” e comprare nei negozi alimentari piccoli perchè sprecano meno

• Comprare cibi preparati al bancone del supermercato così da permettere il riciclo degli alimenti

• Fare spesso la spesa così da non avere avanzi dimenticati

• Comprare direttamente dagli agricoltori

• Non comprare ai self service i vassoi già confezionati; spesso si butta qualcosa

• Portare a casa gli avanzi quando si va al ristorante

• Condividere il piatto per non lasciare cibo avanzato

• Incoraggiare i ristoratori a donare il cibo avanzato

• Mangiare gli avanzi regolarmente durante la settimana

• Fare frullati con la frutta avanzata e cercare di mangiare il cibo rimasto

• Molto importante :cercare di non sprecare le proteine animali

• Chiedere di insegnare a scuola gli elementi base per la conservazione del cibo e la cucina degli avanzi

• Pianificare i pasti durante la settimana

• Cucinare i pasti che avete pianificato

• Cucinare gli avanzi regolarmente

• Imparare a decodificare le date di scadenza

• Usare il frigorifero al meglio delle sue potenzialità: Mettere via il cibo bene

• Fare una lista delle ricette che sapete e potete fare

• Congelare il cibo che non potete mangiare

• Utilizzare gli scarti per gli animali domestici ( con criterio- cibi crudi o cotti ma non fritti ,dolci o tossici)

• Organizzare un piccolo compostaggio se avete un giardino

Anna