L’Olio Evo Biodinamico Solaria 2018 è di Nuovo un Grande Olio

L’Olio Evo Biodinamico Solaria 2018 è di Nuovo un Grande Olio

Il colore è verde brillante con riflessi dorati. Il profumo ricorda quello dell’erba fresca, del carciofo e del rosmarino. È un olio decisamente più fruttato dell’anno scorso. Il gusto è caratterizzato da un bel piccante e da un gradevole amaro che anche in bocca ricorda sentori di erba fresca, di carciofo, di cicoria, di piante aromatiche e mandorle fresche. È ottimo con tutte le zuppe, sia di legumi che di verdura, con i sughi e le carni grigliate e arrostite. Il piccante e l’amaro in questi oli extravergini di oliva naturali sono anche il segno della presenza di una notevole quantità di sostanze antiossidanti come i polifenoli e la vitamina E.

L’inverno rigido e le gelate non hanno danneggiato i nostri ulivi. Abbiamo notato però che la produzione delle olive era concentrata sul lato della chioma esposta a sud. La primavera piovosa ha favorito la fioritura e l’allegagione delle drupe. Il mese di luglio che definirei torrido ha sfavorito lo sviluppo della mosca olearia.

Da noi le olive maturano in anticipo rispetto alle zone collinari interne del Lazio. La raccolta anticipata al 24 settembre ci ha permesso di raccogliere olive sane, all’inizio dell’invaiatura. L’attacco della mosca da noi colpisce inesauribilmente dopo la prima settimana di ottobre, quindi ci dobbiamo sbrigare.
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Alcune varietà, come Leccino, e Rosciola, erano più colorite, mentre Frantoio e Canino erano ancora verdi. La raccolta al momento giusto permette alle olive di esprimersi nell’olio con tutti i profumi e con le sostanze antiossidanti come i polifenoli e tocofenolo (la vitamina E.)

Le nostre olive non sono trattate con pesticidi. Abbiamo portato ogni giorno due volte al giorno le olive appena raccolte al frantoio della Cooperativa dei Colli Etruschi di Blera, che ha una linea di produzione dedicata al biologico. Le olive sono state lavorate sempre entro le otto ore dalla raccolta. L’impianto è tecnologicamente avanzato. Foglie, rametti e impurità vengono soffiati via e le olive vengono lavate più volte. L’impianto di macinazione e di estrazione e filtraggio è a ciclo continuo e tutto avviene all’interno di macchinari chiusi.

L’estrazione è ottenuta per centrifugazione con impianto Pieralisi a tre fasi.

La conservazione dell’olio fino al suo confezionamento avviene in cisterne di acciaio inox sotto azoto al riparo da luce e aria. L’olio è confezionato presso il frantoio e quando arriva in azienda lo conserviamo in un ambiente climatizzato alla temperatura di 17°.

Ogni tanto ricevo su Facebook commenti critici riguardo al prezzo del nostro olio. I costi di produzione per fare un olio di qualità eccelsa come il nostro, sia da un punto divista del gusto che della salubrità, sono alti. Gli olivi vanno potati ogni anno, la raccolta è fatta a mano con agevolatori meccanici, il trasporto non può essere ottimizzato se vogliamo che la molitura avvenga al più presto. Possiamo avere le olive più belle del mondo ma se non sono pressate in tempi rapidi da un frantoiano serio ed esperto possiamo buttare il lavoro di un anno intero. I guai che possono derivare da una cattiva molitura sono tanti. I sapori di rancido o di muffa dovuto alle olive lasciate troppo tempo nei contenitori oppure dovuto ad un lavaggio delle macchine non accurato. Il sentore di olio riscaldato quando si vuole massimizzare la resa e non si bada a contenere le temperature della pasta di oliva. Ne potrei elencare tanti altri. Ottenere un olio con un sapore fruttato e fresco che non impasta la bocca con la sensazione di grasso cattivo è un processo delicato che richiede attenzione passione.

A questo proposito vorrei fare alcune considerazioni sul mondo dell’olio di oliva che mi sono state suggerite dalla lettura di alcuni articoli sul blog Olissea .

Si sta scegliendo di dare all’olio l’appellativo “Italico”, non per far viaggiare l’olio italiano, ma un mix di olio italiano e olio importato tanto per confondere ancora di più i consumatori che si stanno avvicinando da poco all’olio, al suo uso, grazie alla fama di prodotto che unisce i piatti della cucina mediterranea e fa solo bene alla salute.

Olissea riporta il punto di vista di Alberto Grimelli, Pasquale Di Lena .

Alberto Grimelli per Teatro Naturale racconta cosa si nasconde dietro all’olio Italico. “Il prezzo, le trattative e una guerra commerciale. Ecco quanto non vi hanno detto sull’accordo di filiera tra Coldiretti e Federolio ma che dovreste sapere…

La proposta di un olio Italico, miscela di extra vergini di diversa origine con patente d’italianità, ha suscitato un vespaio di polemiche. Se è vero che “il prodotto 100% italiano commercializzato in Italia ha solo l’8% di quota di mercato”, come dichiarato dal Presidente Federolio Francesco Tabano a ItaliaOggi, non vedo perchè debba venire sacrificato e, soprattutto, sull’altare di quali interessi.

È evidente che l’accordo serve tanto a Unaprol/Coldiretti per vendere l’olio che alcune sue organizzazioni dei produttori hanno in giacenza, quanto alle imprese di Federolio per avere una copertura agricola alla loro attività tipicamente industriale.

Tanto a morire non sono i generali, a qualsiasi bandiera appartengano, ma le truppe: olivicoltori e frantoiani…”

Pasquale di Lena dice che “Nel caso dell’olio extravergine di oliva italiano si sono prima industriati a vedere come confondere il consumatore con una classificazione che, per far capire che è vero olio di oliva e che ha requisiti per essere classificato di qualità, bisogna aggiungere a “Olio”, la qualificazione aggiuntiva “extravergine di oliva”, visto che per “olio di oliva” s’intende il peggiore prodotto che si richiama all’estrazione dalle olive.

Una classificazione che ha, però, permesso di fare le peggior schifezze e proporle al consumatore, soprattutto a quello che non aveva alcuna idea dell’olio e dell’olivo…

Poi si sono adoperati a mettere politicamente in un angolo l’olivicoltura, la coltura arborea più importante e più diffusa, ed è così che, nel frattempo, la Spagna ha fatto il sorpasso sull’Italia a gran velocità, per poi distanziarla fino a diventare, da anni ormai, irraggiungibile.

Hanno, solo di recente, approvato, ma dopo decenni di distrazione, un piano olivicolo. …Un piano olivicolo che, per ora, ha dato solo spazio agli impianti olivicoli super intensivi, voluti dalla industria spagnola e applauditi dall’accoppiata Unaprol – Coldiretti, cioè da un’associazione degli olivicoltori e dalla sua organizzazione professionale agricola, la più numerosa.”

È la promozione “di quell’agricoltura industrializzata da parte di tutti quelli che dovrebbero difendere i nostri bravissimi coltivatori, sempre più preziosi e sempre meno, e la nostra agricoltura, fatta di piccole e medie aziende, poste, nella stragrande maggioranza dei casi, sulle colline”. Un processo, “come quello delle politiche della Ue, funzionale solo alle multinazionali della meccanica, della chimica, dei semi e dei brevetti, che sta portando all’abbandono di vasti territori del nostro Paese e all’esodo di centinaia di migliaia di coltivatori. Parlo dei governi di questo nostro Paese e, insieme, dei rappresentanti del mondo agricolo e dell’industria di trasformazione. Quest’ultimi, e non tutti, alla fine hanno scelto di proporre e firmare un accordo di filiera e dare all’olio l’appellativo “Italico”, non per far viaggiare l’olio italiano, ma un mix di olio italiano e olio importato e, così, mantenere più confuse che mai le idee dei consumatori.

Dare l’appellativo “Italico”, vuol dire, anche, azzerare di colpo quel ricco patrimonio di biodiversità olivicola, formatasi nel corso di secoli, se non millenni, unico al mondo con le sue 530 varietà di olivi autoctoni, che coprono, a parte l’Alto Adige, ogni angolo di questa nostra Italia.

L’Italia ha bisogno dell’olivo. Ne hanno bisogno le sue colline, le sue aree interne per vivere la sostenibilità e rilanciare l’agricoltura e le altre attività ad esse collegate, e, per frenare l’abbandono. Ne hanno bisogno i coltivatori per impostare di nuovo un’agricoltura contadina, quella che ha rispetto della Terra e la considera viva, sacra; dell’ambiente e del paesaggio; del tempo e delle stagioni e, soprattutto, di dare continuità a un lavoro per niente facile da improvvisare che porta a produrre cibo.
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L’Italia, in pratica, ha bisogno dei suoi oli, della sua agricoltura, per organizzare il suo domani, vivere i mercati, e, dai mercati ricevere quel valore aggiunto che serve a remunerare gli olivicoltori, che ne hanno bisogno per rimanere nelle aree sopracitate. E non solo, per suscitare, anche e soprattutto, l’interesse delle nuove generazioni che hanno bisogno, più del passato, di lavoro e giusta remunerazione, creatività, valori, un rapporto di reciprocità con la terra, soprattutto di rispetto.

“Queste distrazioni che ora spiegano bene il grande sorpasso della Spagna, l’abbandono negli anni del 30% dei nostri oliveti, soprattutto là dove hanno più ragione di essere presenti.”

Quindi conviene di più ammattire per produrre un litro d’olio che in centro Italia costa più di 9 euro al litro o abbandonare gli oliveti, come succede in Toscana e Umbria? Una volta capito l’inganno, però i consumatori attenti acquistano questi oli meravigliosi legati alla cura e alla tradizione. “Questo accade grazie ad una costante e continua volontà di far assaggiare l’olio buono, raccontando un territorio vero e persone dietro la bottiglia che ci mettono la faccia. Non più marchi farlocchi e nomi dall’Italian sounding improbabile. …Nessuno al mondo ha le potenzialità che abbiamo noi, tra le quali quella di abbinare dei monovarietali tutti italiani e di eccellenza a siti archeologici e storici di impareggiabile meraviglia; è questo uno dei motivi per i quali continuiamo ad avere milioni di turisti da tutto il mondo.

Qualche esempio: la Casaliva del lago di Garda e il Vittoriale di D’Annunzio; la Bianchera del Friuli e il Golfo di Trieste; Le varietà frantoio e Leccino  Firenze; quella Maurino e Lucca; Moraiolo con Assisi, Umbria; Caninese con Vulci; Tortiglione con l’Abruzzo; la Carboncella a Roma e vicino ai Castelli Romani; Ortice con Paestum, Raccioppella con Pompei; Peranzana accanto ai Castelli Federiciani della Puglia; la Coratina con Bari e Castel del Monte; l’Ogliarola nel Salento; l’Ogliarola, stavola quella del Bradano, con la Capitale europea della cultura Matera; la Tondina con Altomonte; la Cassanese nel Parco Nazionale della Sila; l’Ottobratica a Reggio Calabria, e a Tropea, naturalmente; la Nocellara con Segesta, Selinunte; la Tonda Iblea con Ragusa Ibla e Siracusa.

Mi scuso infinitamente per non aver citato le altre centinaia di varietà e soprattutto i luoghi magici che danno i natali a queste varietà. Finché il consumatore non richiederà di assaggiare un vero olio profumato e persistente, che ha un prezzo dignitoso per chi lo ha prodotto, continuerà questo teatrino di rimpallo di responsabilità tra questi enti che pensano solo ai loro profitti.”

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