Il Ritorno dei Bachi da Seta in Italia

Il Ritorno dei Bachi da Seta in Italia

L’introduzione in Europa della coltura dei bachi da seta o filugelli (Bombix Mori) si deve a due monaci dell’ordine di S. Basilio, i quali, essendo andati come missionari in India, spintisi fino in Cina, al loro ritorno nel 551 d. C. si presentarono all’imperatore Giustiniano e gli narrarono di aver visto che la seta è un prodotto di alcuni animali e di aver appreso il modo di allevarli.

Persuasi dall’imperatore, con promesse e preghiere, ritornarono sui luoghi, e riportarono a Bisanzio le uova del baco da seta, nascoste entro il cavo dei loro bastoni di bambù. Queste uova furono covate nel letame, e in primavera si svilupparono i bacolini, che, nutriti con foglia di gelso, compirono regolarmente il loro sviluppo.

La bachicoltura in Europa era cominciata. Da Costantinopoli si diffuse nella Grecia, e di qui in Italia dove prosperò fino circa 50 anni fa.

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L’imperatore Giustiniano riceve dai monaci di ritorno dalla Cina i bachi contrabbandati in canne di bambù.

Poi i cinesi con i loro prezzi supercompetitivi avevano affossato la produzione dei bachi da seta nel Veneto. I gelsi, gli alberi di cui i bachi si nutrono, si erano quasi estinti a causa di un erbicida usato per i meli e i peri. Ma oggi in Cina a causa dell’inquinamento e della chimica i bachi hanno seri problemi. I prezzi della seta salgono e da noi è di nuovo conveniente, anche grazie alle nuove tecnologie, la coltivazione del mitico insetto. E i Cinesi cercano spazio in Africa…

«El mester de la filanda / l’è el mester degli assassini…». Cantavano per farsi coraggio, le filandere. Otto, dieci ore con le mani nell’acqua quasi bollente, gli occhi stanchi di cercare il filo del bozzolo. «Poverette quelle figlie / che sono dentro a lavorar».

Sono state chiuse più di quarant’anni fa, le ultime filande italiane. Ma stanno risorgendo. «Per fortuna — dice Silvia Cappellozza, responsabile dell’unità di ricerca sulla bachicoltura al Cra, Centro ricerche agricole di Padova — ci sono nuove tecnologie che permetteranno di eliminare i lavori più pesanti e pericolosi. Non più acqua bollente e vapori, non più file di filandere in piedi dall’alba all’ultima luce del tramonto».

Uscivano nere di fumo, le ragazze e le donne. «Tucc me disen che sono nera / e l’è el fumm de la caldera».

«La bachicoltura può riprendere — dice la ricercatrice — perché il nostro istituto, che dipende dal ministero dell’Agricoltura, da decenni conserva i “cavalieri”. Venivano chiamati così, i bachi nel nostro Veneto. Forse perché nascevano il giorno di San Giorgio, il cavaliere che uccide i draghi, o perché i bachi, quando sono vicini alla filatura, muovono la testa e caracollano, appunto, come cavalieri».

Un pò di storia, molta leggenda. Il fatto certo è che, negli anni ‘50, in Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri.
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«Adesso — racconta Fernando Pellizzari, che è stato l’ultimo presidente dell’ANB, l’associazione nazionale dei bachicoltori — possiamo ripartire. Il nostro obiettivo è creare 1.000 aziende venete entro cinque o sei anni».

Il rilancio del baco da seta è stato presentato nell’ex filanda Motta di Campocroce di Mogliano, dove lavoravano 100 operaie tutto l’anno e 250 filandere stagionali a giugno e luglio, quando si raccolgono le foglie dei gelsi, il cibo dei bachi.

La bellezza appesa a un filo di seta”, il titolo del convegno, organizzato da Donne Impresa di Coldiretti. «Le filande sono scomparse — ricorda Fernando Pellizzari — quando gli imprenditori lombardi e veneti hanno spostato impianti e produzione nell’est europeo, soprattutto in Bulgaria. Qui non c’era più mercato. I cinesi, primi produttori al mondo, già negli anni ‘70 riuscivano a esportare la seta a 17$ al chilo, mentre in Italia il costo della produzione era di 24$.
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Adesso le cose sono cambiate. In Cina, anche a causa del forte inquinamento, i gelsi stanno scomparendo e non a caso quel Paese sta comprando enormi appezzamenti di terreno in Africa, per spostare là la coltivazione di queste piante. Ora sul mercato la seta costa 75 euro al chilo: con i nostri gelsi, possiamo tornare in pista».

Il primo a partire è stato Giampietro Zonta, gioielliere di Nove. «Avevo bisogno di buona seta per i miei gioielli. Ho fatto ristrutturare una macchina filatrice e per la produzione di bozzoli ho chiesto aiuto a tre cooperative agricole dove sono impegnati anche ragazzi disabili». La prima produzione è arrivata l’anno scorso, con 450 chilogrammi di bozzoli freschi.

«Sul mercato — dice l’ex presidente dell’Anb — c’è adesso, per fortuna, una forte richiesta di seta italiana da parte delle industrie tessili. Quest’anno sono al lavoro già venticinque allevatori: è un primo passo verso i mille. Stiamo piantando i gelsi, che grazie al cielo già dopo tre anni producono foglie abbondanti ».

Queste piante erano quasi scomparse a causa del fenoxicarb, un insetticida che ha salvato frutteti di mele, pere e pesche ma che rovinato i gelsi. «Ripartiamo dai bacolini, i bachi nati da un giorno. Li prendiamo al Cra di Padova, dove sono conservate 193 razze in purezza.
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Un bozzolo di baco puro produce un filo di 250 metri. Quelli ibridi, che noi usiamo, arrivano a 1.200 metri. Non è una vita bella, quella dei nostri “cavalieri”. Dalla nascita alla morte, passando da uovo, bruco, crisalide, falena, passano appena 28 giorni. Il baco è però come un piccolo maiale, non si butta via nulla. La crisalide viene usata nei mangimi animali e si fa anche un olio per l’industria della cosmesi».

Sembra una villa palladiana, l’ex filanda Motta. «Le filandere — racconta Ugo Franco, il titolare — hanno cominciato a lavorare qui già alla fine dell’800. Una vita dura ma si portava a casa il pane. C’era il ciclo completo, dall’essicatoio che faceva morire la crisalide prima che forasse il bozzolo di seta fino alla filanda vera e propria, con le donne che cercavano nell’acqua calda il capo — filo da avvolgere poi nella matassa». Altre donne avrebbero indossato quella seta.
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Loro, le filandere, ricevevano il compenso ogni sabato sera. C’è ancora il portone in ferro con due spioncini in vetro. Le donne si mettevano in fila per ricevere i soldi, e non solo. C’erano anche le multe, per chi aveva spezzato i fili o secondo la sorvegliante non aveva lavorato bene. Non vedevano nemmeno in faccia chi consegnava denaro e sanzioni. «E se sbaglio una sola voltacantavano le filandereme la multa mi tocca pagar». «Siam trattate come cani / come cani alla catena / non è questa la maniera / o di farci lavorar».

Articolo pubblicato su La Repubblica | Marzo 2015
Scritto da | J .Meletti

Credits
Immagine evidenza via | Filandere via| Gelsi via | Filanda Motta via |

Anna

4 Comments

  • luciano Posted 25 Giugno 2017 14:14

    Nel leggere l’articolo sul baco da seta ho provato una forte emozione,mi a ricordato i miei primissimi anni di vita,ho partecipato alle diverse fasi dell’allevamento del baco ricordo anche quando mia madre andava a villotta di chions dove c’era una fabbrica per la lavorazione del baco da seta.

    • Azienda Agricola Boccea Posted 11 Settembre 2017 13:31

      Che bei ricordi. Grazie per averli condivisi con noi.

      Azienda Agricola Boccea

  • Fabio Brogi Posted 14 Luglio 2017 17:42

    Qual’è, e quanto è il mercato della seta in italia e nel mondo?
    grazie.

    • Azienda Agricola Boccea Posted 11 Settembre 2017 13:32

      Ci dispiace, ma non ne siamo a conoscenza.

      Azienda Agricola Boccea

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